Io non riesco a stare dalla parte degli estremi, mi ritrovo sempre a camminare nel bel mezzo del Centro perché da questa posizione mi viene più facile accettare storture altrimenti insopportabili.
La sopravvivenza è un’arte che affina le capacità superiori dell’uomo.
È come leccare con speranza quello strato incrostato di zucchero sul fondo freddo della tazzina, quello che si vede quando il caffè è finito e ci sono solo macchie strane da interpretare.
Ogni tanto ti sogno
ma al risveglio sento sempre addosso l’affanno degli incubi, mi assale la voglia di rassicurarmi con una di quelle telefonate dal tono monocorde.
Mi ricompongo quasi subito, mi distraggono gli oggetti che occupano l’ambiente intorno.
Ti dirò che mi aiutano molto le cose banali, come avvitare la moca e aspettare di sentire quel gorgoglio rassicurante che rallenta l’impazienza dell’attesa.
Poi mi passa, procrastino l’impressione dei sogni andati di traverso per le notti che verranno. E trovo tutti i motivi razionali che hanno messo il punto sulla possibilità di farla, quella telefonata.
In fondo resti quello che sei: un pensiero inconsapevole, qualcosa che scompare con l’aroma del caffè.
Il primo pensiero al mattino era sempre l’orario del pranzo.
Celestina si svegliava che aveva già il grembiale accanto alla sedia e la mano impastata di sapone.
Strofinava le sue braccia di ambra aggrinzite con ferocia.
Nascondeva in quei nervi tesi la foga delle massaie che dal pavimento vogliono togliere il peccato.
Poi si vestiva in silenzio, tirando un grosso sospiro, con le mani a confezionare il nodo perfetto dietro la schiena.
Quel giorno si era svegliata che aveva già i pacchi pronti sul tavolo, la pentola chiusa a pressione dalla stretta del canovaccio e la torta di castagne, protetta sotto la volta dell’anima di cartone.
Antonio era nato il due di novembre.
Ogni volta che per l’occasione gli preparava la sua torta preferita, Celestina restava a fissarla crescere sotto l’arco di pietra, con i resti della pasta cruda ancora ficcati sotto le unghie.
Suo marito per quel fatto lì, di esser nato il giorno dei morti, non si era mai dato pace.
Allenato a dar la colpa al Padreterno, che a giocare con i numeri era stato più bravo di lui, ingoiava il dispiacere quando al suo passaggio tutti facevano gli scongiuri, con le mani a sfregar senza ritegno sulla patta dei pantaloni.
Celestina ci aveva provato a confondere la tristezza con la scusa del pranzo buono.
Si svegliava prestissimo la mattina, cercando di ammazzare sotto il mattarello la malatempora di quel giorno maledetto.
Antonio invece partiva per la città e lì ci restava per tutta la sera, a sfidare tra sconosciuti la fortuna con le carte. Poi la notte Celestina lo sentiva ritornare. Sentiva il suo corpo che portava dentro il letto tutto il freddo della strada.
Pregava sotto le coperte perché l’odore del vino consumato potesse confondersi con quello della canfora, spalmata per l’artrosi.
Con la faccia di pietra nel buio seguiva il suo profilo. Aspettava che da quel volto un’ombra più lunga annunciasse l’incoscienza, per addormentarsi senza pene, né pensieri.
Nessuno avrebbe mai amato suo marito come lei sapeva fare.
Nessuno avrebbe mai capito quanto lievito servisse per far crescere al punto giusto la torta di castagne il giorno di Ognissanti.
«Ti ho preparato la trippa, l’ho messa a bollire tutto il pomeriggio, come piace a te».
I fiori che aveva scelto campeggiavano a ridosso del piatto, disegnando una lunga ombra sul brodo caldo.
«Quest’anno le castagne sono dolci».
Lei di quelle frasi solitarie non si era mai scocciata, la sua cura maniacale nel presentare le cose la portava a ingannare l’impazienza, tra le macchie da eliminare sui bordi dei piatti e delle tazzine di caffè.
Cercava forse in quegli stracci aperti tutto l’amore che negli anni si era accumulato, affogato nel brodo di carne dei pranzi silenziosi.
Era una bella giornata di sole. Quell’anno l’autunno di piogge severe stentava ad arrivare.
Si guardò intorno, era sola.
«Tu fai con calma, lo so che ti piace mangiare senza cornacchie a infastidir la digestione. Lascia tutto così com’è, domani torno, domani ti porto un altro bacio».
Se ne andò dopo aver riordinato la sarabanda di pentole e coperchi, lasciandosi alle spalle il piatto ancora caldo.
Da lontano Vito la vide, riconobbe la sua ombra claudicante che con il sole diventava più viva per il contrasto che le vesti nere creavano nel cielo di quell’autunno irrisolto.
Da cinque anni, ogni giorno, aspettava nascosto dietro l’angolo l’arrivo di Celestina.
La seguiva nei suoi gesti composti mentre preparava il pranzo al marito.
La prima volta che l’aveva vista con in mano il cesto di vivande si era quasi spaventato.
Quel rito serio e così divino gli toglieva il fiato, quella strana luce che Celestina aveva negli occhi gli bucava la gola ogni volta che la incrociava.
Acquattato dietro l’angolo di pietra aveva seguito ogni suo gesto, incuriosito dalla cura con la quale quella sconosciuta aveva apparecchiato l’improbabile banchetto.
Non era mai riuscito a trovare il coraggio di parlarle, paralizzato dalla pena che provava per lei.
Era già passato molto tempo da allora, talmente tanto che Vito ormai aveva perso il conto delle occasioni in cui si era fermato ad aspettarla. Ogni giorno dell’anno, all’una in punto.
Così aveva preso l’abitudine di immaginarsi seduto con lei, a consumare quel cibo che era riuscito a resistere tutte le stagioni.
Quando la vide svoltare l’angolo si preparò al conto alla rovescia.
Al sette, la bocca già gli tremava per l’acquolina che si sentiva rimestare fino alle viscere.
Aveva fame.
Salutò Antonio, mentre dal cucchiaio succhiava il primo assaggio.
La trippa di Celestina era senza dubbio la migliore che avesse mai mangiato nella sua vita.
Poi si fermò, scosso dai sensi di colpa.
In quel giorno lì, con la gente a passeggiare carica di fiori, sarebbe stato meglio se si fosse nascosto dietro l’ulivo.
Ripose le posate con cautela e raccolse nella piccola tovaglia il piatto che basculava sotto gli strattoni improvvisi della fretta.
Lo avrebbe riportato vuoto, come ogni volta, regalando a Celestina la sua illusione di felicità.
Prima di andare via si girò, un filo di polvere aveva appannato l’immagine in bianco e nero.
Si baciò il pollice, lasciando sul dito ruvido una stilla di saliva e cancellò dall’ovale l’impronta sporca portata dal vento.
Maestro Vito lo sapeva bene.
Se c’era una cosa che Celestina non poteva soffrire era proprio quella: il muso inzaccherato del marito,
lo sporco sulla foto della tomba.
Della scrittura non ci si dovrebbe stancare mai, anche quando la si sfiora con l’indice umido posato su pagine che profumano di nuovo. Osservo la pila di fogli in bianco e nero posati sul letto, è avvolta nella busta gialla che rende tutto questo fare così inutile e provvisorio. In quella somma di carta in fronte retro ci sono un viaggio di andata e ritorno, occhi piccoli e lucidi di sforzo, libri accarezzati, altri odiati, traduzioni estenuanti, piccoli pilastri di pensiero e tanti dubbi.
Stampare è un po’ morire.
Vorrei avere una bottiglia di buon vino da aprire o condividere, forse un camino, un compagno di conversazione per chiudere la giornata, sigillare con una risata i sentimenti sottovuoto. Ma dovrò accontentarmi di una minestrina calda, forse una tisana, una copia di prova da consegnare e una salutare stanchezza che chiuderà gli occhi come l’appendice, dopo la conclusione.
La storia delle stagioni invertite, degli orari controcorrente e del sole che sorge quando si va a letto, aiuta. Uno non ci pensa, al natale che arriva, alle luminarie nascoste per esplodere solo nei centri commerciali, alla bellezza monolitica di questa città. Roma funziona sempre allo stesso modo, proprio nel momento in cui abbassi la guardia, ci sei di nuovo dentro, e tutte le cose che avevi nascosto nelle liste del passato riaffiorano con promemoria scanditi quotidianamente. Quest’anno ho visto anche le luci sul mio balcone e un festone fucsia luccicante che fa da cornice allo specchio dell’ingresso. Questa è una casa usa e getta, sparirà come le altre di cui ricordo gli angoli e le porte chiuse male.
È un bene coltivare atteggiamenti recidivi, l’unico reale vantaggio, penso, è quello di sapere sempre come cadere. L’età mi permette di farlo con eleganza, anche se credo che si muoia nascondendo dietro la federa del cappotto tutte le smorfie infantili che aiutano a sostenere questo andare, comunque e ad ogni costo.
Così il natale è uguale agli altri giorni, e Roma diventa solo un pretesto di vie che potresti confondere con strade pavimentate di altre città. A volte va bene così, è un’ipnosi volontaria che ti porta a sorpassare anche le più scomode verità.
Roma me la ricordavo così: caotica, in travaglio, arcigna e bellissima.
Mentre la attraverso riemergono quei pensieri tenuti al caldo dopo il trasloco e i ritorni.
C’è il freddo e un incidente lungo il muro torto, i vigili indaffarati, nervosi che lasciano i fischietti nelle tasche e mi ordinano di trovare un’altra scappatoia, purché quella coda oscena di luci rosse si estingua sotto il braccio illuminato dai catarifrangenti.
Mi ritrovo da sola per la via proibita di Villa Borghese e ci sono fontane vuote che sanno d’inverno e l’immagine incompleta di Via Veneto che sfugge a lato sotto lo sforzo dell’acceleratore. Ho ancora addosso il freddo delle strade che si preparano al natale e quel dolce formicolio delle gambe dopo la lunga passeggiata. E un senso di quiete surreale che scavalca i semafori e le corse per tornare a casa.
Il resto mi è sembrato perfetto nella sua banalità.
Cercarsi con il cellulare e passare il tempo a giustificare poche monetine nelle tasche per sopravvivere ai severi controlli del metal detector e immaginare il profilo della tua testa da lontano per scoprire che mi ero sbagliata. Poi ancora l’atmosfera che si respira prima della festa, con il presepe nascosto sulla grande piazza e i capelli che non stanno al loro posto sulla fronte. Osserviamo la magnificenza dello spazio che abbiamo scelto per scoprirci, umani come siamo nei nostri vestiti e nelle singole svolte di rughe che disegnano la fronte.
Camminare accanto a te è come un’epifania, un percorrere una strada già battuta che profuma di casa. Se il fiato resta in sospeso è solo per svoltare l’angolo di una nuova conversazione. Siamo parole rimandate che aspettano solo il momento giusto per detonare.
Mentre ritorno e ci sono angoli di foglie ancora resistenti sui rami di dicembre penso a come sia stato bello vivere una prima volta cominciata un po’ di anni fa.
È come comprendere finalmente il risultato prodotto dalle cose concrete
quella specie di miracolo che va oltre la Scrittura.
Le menti mediocri condannano abitualmente tutto ciò che è oltre la loro portata.
François de La Rochefoucauld
Non poteva essere che Roma la città giusta per accogliere in grembo le verità che si conoscevano già, ancor prima di essere scoperte. Perciò ora che piove le strade si fanno lucide e il traffico molto nervoso e finalmente c’è un indirizzo dove sentirsi sicuri per tornare.
Le saracinesche non sono ancora chiuse e resta quel senso d’attesa che scandisce il tempo con una lentezza quasi cinematografica.
Tu resti insulso, in quelle pose di finta felicità che scolano nel bicchiere del gelato. Certo, lì non piove, gli scenari regalano colori autunnali e tutto potrebbe sembrare perfetto. Peccato che nell’esattezza delle linee ci sia sempre qualcosa che deforma l’apparenza, perché quando le verità sono svelate dal principio, la simulazione è un’arte che gira a vuoto, come un ingranaggio difettoso.
Resti un uomo piccolo
e io una donna deliziosamente imperfetta.
Qui piove, le cose continuano a scorrere lente, ma se qualcosa dell’amore è rimasto, ora si allontana con l’orgoglio di qualcosa che muore
con autenticità.
Oggi ero in prima fila e quando le luci si sono abbassate e la musica è partita ho aspettato che il fascio di luce disegnasse il profilo di Nabil prima di ricordarmi di te. Ogni volta che ascolto i Radiodervish mi ritorna in mente la tua barba e il modo strano che avevi di camminare, lo sgabello in mezzo a rua Luciano Cordeiro e i volantini con cui avevi coperto gli azulejos di casa mia. La prima volta che siamo usciti era gennaio e volevamo prendere solo un caffè, era di giovedì, me lo ricordo come se fosse ieri. Faticavamo risalendo la strada della ginja, quella che si beveva nella tazzina di cioccolato fondente, quando un tizio ci ha chiesto l’ora e poi siamo rimasti in silenzio per quindici minuti, io, te e lui, in un triangolo di paura, prima che scappasse via con i nostri soldi. Le camminate lungo il prato del Gulbenkian e i nostri piani di cene africane e pile di libri e canovacci attaccati sulle ante della vecchia cucina di casa tua. Il cinema e i miei racconti, le copertine dei cd disegnate come se fossero opere pronte per l’esposizione e tutte le canzoni che calpestavo sul circuito d’atletica della città universitaria prima della sera, della festa e dei nostri occhi che si evitavano, per evitare il peggio. E i tuoi tulipani gialli e rossi mentre ti aprivo la porta con le mani sporche di pasta frolla e il calore del forno già accesso, tu nella scatola da frigo davanti all’uscita dell’aeroporto, tu e la tua testa dura, il cous cous a casa di Elena e le chiacchierate affacciate sui balconi della nostra Lisbona.
Mi succede sempre quando i fari si abbassano e per un attimo vedo il profilo di Nabil, la sua mano che indugia vicino al microfono, risento la spinta, l’accelerazione sul ginocchio, il fiato corto, la nostra amicizia che scivola via, nello scarico dei cancelli di una partenza senza saluti.
Accanto al tavolo c’è una porta scorrevole che mi ricorda l’adolescenza e i panini alla nutella, la coca cola all’occorrenza.
È la stanza del riposo dopo la tempesta delle feste di compleanno, quando mia nonna si dimenticava il lutto e mostrava i suoi maglioni blu cobalto e il fuoco si accendeva illuminando le travi nude di una casa troppo giovane. La porta che ha al centro il vetro che puoi lasciarsi l’ombra compressa del naso per ore senza riuscire a scorgere niente al di là di quello spessore opaco.
Oggi ci sono entrata timorosa e sembrava che il mondo si fosse rimpicciolito o che io, semplicemente, fossi diventata più grande. In ordine ho ritrovato la cartella rettangolare color carota con i bordini verdi che ancora mi ricordo il colpo di fulmine quando la vidi esposta in vetrina la prima volta e le lunghe attese di occhi speranzosi rivolti al babbo prima dell’inizio della scuola. E poi i libri di psicologia della mamma, quella rilegatura di finta pelle amaranto che ha lasciato sul limitare della mensola i sogni dell’università.
I libri di letteratura latina e di antologia italiana, dimenticati in ogni punto della casa ai tempi del liceo o sfogliati nervosamente nel lungo viaggio del bus, appannato di aliti di sonno e bronci distorti dall’umido del finestrino.
C’è la scatola rivestita di sughero, circondata di merletti a quadri rossi, che ho costruito per la mamma il giorno del suo anniversario e tutte le lettere d’amore e di amicizia di quei meravigliosi anni di rabbia e felicità senza freni. La mia prima natura morta incorniciata con orgoglio e stucchi d’oro e i giochi in scatola che accompagnavano le nostre serate dell’inverno.
Per noi che non sentivamo l’obbligo di crescere e vivevamo l’infanzia guardandola dai raggi impazziti di ruote di bici. E poi le scatole, segnate dal pennarello nero con nomi e date e indicazioni d’appartenenza. Non ho il coraggio di aprirne nemmeno una, potrei passarci la vita a toccare le pagine di quei libri prima di svegliarmi e lasciare che tutto finisca sotto la passata vigorosa del nastro. Ora che mi guardo intorno, i ricordi si arrampicano sulle travi di questa stanza ricavata e si contendono lo spazio con gli oggetti di passaggio. Sono gli ospiti che non hanno storie da raccontare, contenitori di desideri possibili che riposano dietro il cellophane delle promesse d’amore primaverili. Mia sorella mi ha giurato che entro maggio tutto ritornerà come prima, ci sarà il vuoto di un tempo, i libri nel loro ordine perfetto, le sicurezze delle storie conosciute e il mistero di quelle che verranno.
Ci saranno le nostre vite e l’idea della loro moltiplicazione.
Tutto in una stanza, tra le file dei titoli, nel buio umido di qualche scatola di cartone.
La pioggia apre laghi nei campi di grano della periferia